I monti di Arenzano nella poesia del Risorgimento

tricolore La storia del nostro paese è segnata da secolari divisioni, che hanno visto il prevalere dei particolarismi locali su una comune identità nazionale. L’unificazione del 1861, riunendo queste molteplici anime, ha dato vita ad un’esperienza di confronto e scambio unica nella storia europea. Genova costituisce una pietra miliare nel processo di unificazione. Il capoluogo ligure, oltre a dare i natali a moltissimi patrioti, è stata la culla dell'inno d'Italia, in quanto, sia Goffredo Mameli, autore delle parole, sia Michele Novaro, compositore delle musiche, nacquero a Genova.

Nel settembre di 155 anni fa, il patriota Luigi Mercantini, per motivi politici, si trovava ad errare sulle montagne di Arenzano. Il panorama di cui da lassù dovette godere gli ispirò la poesia "Un'ora sulla montagna", che l'Associazione "Amici di Arenzano" è riuscita a recuperare attraverso ricerche d'archivio e che qui vi proponiamo.

 

UN’ORA SULLA MONTAGNA

di Luigi Mercantini


Per sentieri ombrati e molli,
sotto i rami degli ulivi,
d’Arenzano i verdi colli
ho saliti in sul mattin.
Tra le frane e i selci acuti
or mi affanno in su l’altura:
monta il sole e quest’arsura
fa più aspro il mio cammin.
Stanco piede, affretta il passo,
ché lassù fa ombra un sasso.

Più mi levo all’Appennino,
più la valle in giù si chiude:
da Savona a Portofino
largo e tondo gira il mar.
Par di qui tutto un zaffiro
e le spiagge orli d’argento:
fumo a liste, vele al vento:
quanto è bello il nostro mar!
Stanco piede, affretta il passo,
veggo già l’ombra del sasso.

E tu là pur sempre altera siedi,
o Genova, nel mezzo:
e sull’arco alla Riviera
il tuo faro veglia ancor.
Così immoto il tuo Colombo
su la poppa stava eretto:
così baldo il giovinetto
di Portoria nel furor.
Stanco piede, or tieni’l passo,
ecco qui l’ombra del sasso.

Tutto aperto all’occidente
chi ti pose in queta vetta,
tutto chiuso all’orïente,
ai trïoni e al mezzodì?
Né pastor,né vïandante
mai quassù si aggira o arresta:
di’, talor la irsuta testa
viene il ladro a posar qui?
Ma tu intanto, o corpo lasso,
ti riposa a questo sasso.

Tu che ieri per la via
supplichevol mi dicesti:
- Per non gire in Lombardia
disertai dieci anni fa -. Sciagurato! E tu la notte
Forse dormi ‘n questa cima? Oh! Mal venga a lui
che prima fece a te la carità.
Non ha pace il corpo lasso,
nemmen dentro a questo sásso.

Che silenzio!
Pei burroni manco il murmure d’un rivo!
Quassù taccion tutti i suoni
che la terra manda al ciel.
Sol mi accorgo della vita,
ch’odo il batter del cor mio
e dentr’esso il favellìo d’ogni imagin più fedel.
Dolcemente il corpo lasso,
or si posa a questo sasso
Ma se un anno, pur un anno
viver solo io qui dovessi,
queste immagini
che stanno così vive dentro al cor;
forse anch’esse
a poco a poco di parlarmi avrìan cessato!
Fin dal core abbandonato
io sarei più io allor?
Oh! allor forse il corpo lasso
sarìa pari a questo sasso!

O fratelli!
A voi cui sola è compagna la catena,
cui né sguardo né parola mai,
più mai non consolò,
da quanti anni, e sempre invano,
voi cercate un caro aspetto!
Io discendo, e tosto al petto
il mio sangue abbraccerò!
Se poteste il corpo lasso
posar tutti a questo sasso!

Oh! qual canto di lontano
suona dietro a quella balza?
Che dolcezza un canto umano
Dov’è muto ogn’altro suon!
Mal diss’io che qui silenzio
si farìa persin nel core:montanaro,
un novo amore mi spirò la tua canzon.
Ma tu forse or volgi il passo,
più non t’odo dal mio sasso.

Così tacita e deserta
più non parmi or questa cima,
come quando fuor dell’erta
qui fermava il mio cammin,
dove più della marina
non udìa mormorar l’onda,
né più mover ramo o fronda,
morogelso, ulivo o pin.
Vaghe alucce or alto or basso
van ronzando intorno al sasso.

Pei sentier, che il dorso ai monti
segnan là sino alla vetta,
il sudor di quante fronti
ogni giorno stillerà!
Affannato il legnaiolo
con la scure in su le spalle
di là torna alla sua valle
quando bruno il ciel si fa:
ed io qui rattenni’l passo,
e cercai l’ombra d’un sasso.

Il sollecito villano
che pel fien della giovenca
dalle vigne d’Arenzano
là notturno ancor salì,
con gran fascio in su la schiena molle,
ansante e curvo e scalzo
corre giù di balzo in balzo
pria che tutto muoia il dì.
Per salir quassù già lasso io riposo a questo sasso.

Ma se al piè delle montagne
gli occhi aguzzo ai primi clivi,
veggo ai boschi e alle campagne
uno e un altro casolar.
Colaggiù la villanella forse
or l’erbe taglia al prato,
e l’ignudo pergolato mesta fermasi a guardar.
S’io laggiù lo sguardo abbasso,
non è più sì ermo il sasso.

Là a man manca in quel villaggio,
sul pendio d’una pineta,
scintillar del sole al raggio
veggo i vetri d’un balcon.
Ah! son chiusi! quest’autunno
là il buon vecchio non si affaccia
con le tremole sue braccia
appoggiato ad un baston!
Or che a Lerca il guardo abbasso
c’è una lagrima sul sasso.

O Giancarlo! e tu sereno
ier con l’ultimo sorriso
pei cipresi di Staglieno
hai lasciato il tuo giardin.
Quanto amor del bel paese
nell’avel con te portasti!
Sul morir tu ripensasti l’alpe,
il mare e l’Appennin.
Or che a Lerca il guardo abbasso,
c’è una lagrima sul sasso.

O ridenti giovinetti,
questo amor del bel paese,
dite, accende i vostri petti
come al vecchio in sul morir?
O vi piaccion piume e olezzi
più che antichi e nuovi carmi,
più che bronzi e tele e marmi,
più che il sol dell’avvenir?
Ciò pensando, il volto abbasso,
e ho vergogna fin d’un sasso.

Addio, vette d’Appennino,
giu mi chiaman voci amate:
da Savona a Portofino
io riveggo intorno il mar.
Pare ancor tutto un zaffiro
e le spiagge orli d’argento:
fumo a liste, vele al vento:
quanto è bello il nostro mar!
Riposato è il corpo lasso:
addio, monti; addio, bel sasso!

Tratto dai Canti di Luigi Mercantini, Arenzano, 20 settembre 1857